Vargo Marian: Il Cinico e L'Acqua Santa


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Era una notte piovosa, la pioggia rigava i vetri sporchi del mio ufficio. L’acqua formava figure ambigue scivolando verso il basso e i lampioni arancione riflettevano ombre rossastre sulla parete di fronte alla scrivania ingombra di cartelle ammuffite. Erano posate da mesi lì a prendere polvere.
Era una di quelle giornate intense, in cui avevo sprecato la maggior parte delle ore a trastullarmi con un vecchio videogioco in cui dovevi sparare a tutto quello che si muoveva in una Los Angeles invasa dagli alieni.
Avrei potuto inserire il contenuto di quelle cartelle nel database in cui registravo tutti i casi, ma sono pigro di natura e comunque la catalogazione digitale mi ha sempre annoiato. Stavo sparando in faccia ad un alieno vestito da poliziotto, quando qualcuno bussò alla porta. Era strano che qualcuno bussasse, anche perché sotto la targhetta col mio nome c’era scritto chiaramente di annunciarsi suonando il campanello. Lanciai un’occhiata alla telecamera a circuito chiuso e vidi un uomo calvo con un impermeabile beige e un ombrello nero appoggiato sul polso destro. L’ombrello stava allagando completamente il pianerottolo.
Attivai l’interfono. “È un po’ tardi per ricevere clientela, non le pare?” dissi al visitatore notturno.
“Me ne rendo conto,” convenne l’uomo calvo incurvando impercettibilmente gli angoli della bocca, “ma ho un caso urgente da sottoporle.” Aveva un tono da lord inglese, come se fosse un maggiordomo di alto rango.
“Non può ripassare domattina?” Cercai di assumere il tono meno lamentoso possibile.
“Non credo che domani mattina sarò ancora vivo,” disse con una calma glaciale che, lo ammetto, mi fece gelare per un attimo il sangue.
Avrei dovuto lasciar perdere. Evidentemente, nonostante i modi garbati e l’aspetto sobrio ed elegante, quel tipo non ci stava tutto con la testa. Probabilmente era un pazzoide scappato da qualche manicomio. Dovete sapere, però, che sono una creatura curiosa, altrimenti non avrei mai intrapreso la brillante carriera di investigatore privato. Oltre ad essere un grande fan di Magnum P.I., ero anche un po’ a corto di clienti in quel periodo, e allora lasciai entrare l’uomo calvo.
Prima di far scattare la porta, comunque, mi assicurai di avere a portata di mano la mia Beretta semiautomatica, nel caso il tizio si rivelasse più squilibrato del dovuto.
“Ok, mi ha convinto.”
Feci scattare la serratura elettrica. L’uomo appoggiò l’ombrello di fianco allo stipite dell’ingresso, si aggiustò l’impermeabile ed entrò.
“La ringrazio,” disse con un tono che pareva sincero mentre si richiudeva la porta alle spalle. Nell’altra mano teneva una ventiquattrore in pelle nera.
“Si tolga pure la palandrana, la può appoggiare là,” dissi indicando un appendiabiti rinsecchito che era appartenuto a mia nonna.
“No, grazie, sto bene così.”
Lo pregai di accomodarsi nella poltrona davanti alla scrivania e lui acconsentì con un sorriso sbilenco. Il soprabito emanò sinistri scricchiolii liquidi nell’operazione. Tenne ben stretta la valigetta nella mano destra mentre si accomodava.
“Mi chiamo Gianpaolo Paletta,” esordì quando si fu seduto. “Tra dieci minuti morirò. Il mio cuore cesserà di battere e tutti crederanno che sia stato un infarto, ma non è così, sono vittima di una maledizione.”
Ok, era suonato. Nessuno sano di mente nel 2006 può credere ad una simile fesseria. Cercai di rimanere calmo e impassibile.
“Allora perché ha bisogno di me, signor Paletta? Faccia testamento e si affidi ad un buona agenzia di pompe funebri.”
Paletta scosse la testa chiaramente contrariato dal fatto che non avessi ancora compreso il suo problema. “Lei non capisce, stiamo parlando di omicidio. Mia moglie ha fatto un patto con un demone per assicurarsi la mia morte e così incassare i soldi dell’assicurazione.”
“Be’, allora perché non ha cambiato il beneficiario non appena ha scoperto le intenzioni di sua moglie? Mi pare la cosa più semplice di questo mondo.”
Era incredibile come riuscissi ad assecondare la pazzia di quell’uomo, dandogli anche dei consigli sensati. Il disgraziato parve ancora più contrariato dalla mia reticenza.
“Ho scoperto tutta la verità dieci minuti fa, non posso fare più nulla ora. Non posso cambiare il beneficiario della mia polizza, non alle due notte, non crede?”
Erano già le due? Incredibile come viaggia il tempo quando ci si diverte.
“Mi rendo conto che è tardi, ma perché è venuto da me e non ha cercato di scovare il suo assicuratore? Non credo che cambiare il beneficiario di una polizza sia un’operazione così complessa.”
“Non ha capito, allora? Ho scoperto pochi minuti fa di dover morire...” alzò il polso dell’impermeabile e sfoderò un orologio da polso tutto spigoli e sfaccettature, “... ora ne mancano nove alla mia dipartita.” Pronunciò queste ultime parole con tranquillità, come se fosse ormai rassegnato al peggio.
“Be’, allora in questo caso era più appropriato un prete per un’estrema unzione.”
Paletta storse la bocca in una smorfia di disappunto. “Non credo che un prete mi possa aiutare, non quanto lei.”
“Mi perdoni, signor Paletta, ma ancora non riesco a comprendere cosa diavolo, ehm, mi scusi, cosa possa fare io per lei.”
“Deve provare all’assicurazione la colpevolezza di mia moglie.”
Questa volta fui io a scuotere la testa. “Lei mi vuole dire che dovrei far credere all’assicurazione che lei è morto di un infarto provocato da una maledizione ordinata da un demone per conto di sua moglie?”
“Esatto.”
La mia faccia doveva essere per forza una maschera di scetticismo, ma Paletta sembrava davvero convinto di quel che stava dicendo. O era completamente pazzo, o faceva parte di un qualche scherzo ordito alle mie spalle da qualche amico e l’uomo calvo era davvero un attore notevole. Decisi comunque di continuare a giocare alle sue regole.
“Mi tolga una curiosità, ma come è venuto a conoscenza della congiura nei suoi confronti?”
Paletta chiuse gli occhi e si passò una mano sul viso.
“Un sogno.”
Ero esterrefatto. Quella era la goccia del famoso vaso. “Un che?” balbettai.
“Dieci minuti fa ho fatto un sogno che mi ha spiegato esattamente quel che è accaduto.”
Il buon senso mi suggeriva di alzare di peso il caro Gianpaolo e farlo accomodare gentilmente fuori dalla porta; così avrei potuto continuare a massacrare alieni in quel di Los Angeles. La mia curiosità però mi ha sempre cacciato in situazioni pericolose e in un paio di occasioni ho pure rischiato di lasciarci la pelle. Oltre a questo, lo ammetto, il fatto che il tizio non mi sembrasse affatto malato di mente e che avesse gli atteggiamenti da impiegato frustrato mi incuriosiva ancora di più.
“Va bene, ammettiamo solo per un istante che io creda a tutta questa storia: cosa ha visto in questo sogno?”
Paletta si umettò le labbra e osservò per un attimo la punta dei mocassini neri che indossava, chissà per quale strano motivo ora sembrava reticente nel descrivere quel che gli era capitato.
“Ho sognato mia moglie, a letto, faceva l’amore con un peluche con le sembianze di un ornitorinco...”
A questo punto, nonostante la drammaticità con cui stava esponendo il problema, non potei fare a meno di scoppiare a ridere. Paletta mi fissò con rassegnazione e un pizzico di astio.
“Mi scusi,” bofonchiai cercando di ricompormi. “Continui pure, la prego.”
“Dunque, lei è sul letto, e fa sesso con questo ornitorinco e sembra piacerle molto. Quando finiscono, l’animale fuma una sigaretta e parla.”
“Parla?” non dovevo continuare a fare domande retoriche, in fondo era un sogno e i sogni non sono mai razionali, ma la situazione bizzarra stimolava la mia logorrea.
“Sì, le dice che il contratto è stato fatto, che in cambio della mia anima, capisce, nemmeno della sua, potrà riscuotere la mia assicurazione sulla vita che equivale ad un milione di euro.”
“Da che mondo è mondo nei contratti satanici la contropartita è l’anima del contraente e non dell’oggetto del contendere, cioè lei.”
“Appunto, invece non so come lei sia riuscita a sottoscrivere questo tipo di contratto.”
Era pazzo, ormai ne avevo la certezza.
“Senta, Paletta, lei basa le sue convinzioni su un messaggio onirico? I sogni non sono altro che sogni.”
“Per la mia assicurazione non posso fare nulla, ma tutto quello che mi rimane è qui in questa valigetta,” sentenziò alzando la ventiquattro per sottolineare il messaggio.
“E dentro ci sono circa cinquantamila euro in contanti, tutto quello che avevo in casa.”
“Lei teneva quella cifra in casa?”
“Sì, non mi fido delle banche.”
Nemmeno io, però ci tengo i soldi lo stesso, meglio lì che sotto il materasso.
“Questi soldi sono suoi,” aggiunse, “se riesce a smascherare mia moglie.”
Mi passai una mano fra i capelli e sogghignai.
“Mi scusi, ma se lei fra...” controllai l’orologio “... sette minuti muore, come fa ad assicurarsi che io non mi tengo i soldi, punto e basta?”
“Non ho altra scelta, le pare?”
“Ce l’ha invece. Ad esempio, una è uscire di qui immediatamente e sparire dalla mia vita.”
Paletta parve non cogliere il sottile messaggio celato nell’ultima frase pronunciata, rimase lì a fissarmi come un ebete senza fare una mossa.
“Dove lo trovo un altro a quest’ora e con così pochi minuti di avviso?” disse infine.
Non giudicatemi male e privo di cuore, in quegli occhi lessi la follia, proprio mentre formulava quelle ultime parole. E allora non ebbi pietà.
“Ne ho abbastanza!” sbottai cercando di interpretare la miglior scena possibile di indignazione. Mi alzai di scatto facendo sbattere la sedia contro lo schedario alle mie spalle. Paletta sobbalzò stupito.
“Se ne vada, non voglio più sentir parlare di questa storia!”
Il poveruomo mi guardò con due occhi che avrebbero intenerito anche un posacenere, ma io ero risoluto, non volevo far parte della follia di Gianpaolo Paletta.
“La prego, abbia pietà di uomo che ha pochi minuti di vita.”
“Non le credo e, anche nella strampalata ipotesi che io possa crederle, non l’aiuterei comunque. Esca da questa stanza e non si faccia più vedere.”
Paletta annuì, rassegnato. Si alzò dalla poltrona con suoni fruscianti dell’impermeabile.
“Cosa vuole che le dica, uno pensa di vivere tutta la vita e invece oggi ci sei e domani c7,” disse prima di lasciare la stanza e questo mi diede ulteriore conferma del suo stato mentale alterato. Mi lanciò uno di quegli sguardi da condannato a morte, ma rimasi impassibile con i pugni appoggiati alla scrivania osservando la sua dipartita dall’ufficio. Si chiuse la porta alle spalle e sparì dietro l’amaranto gelido del legno.
Tirai un sospiro di sollievo e mi riaccomodai sulla poltrona. La mia coscienza cercava di instillarmi nel cranio un qualche senso di colpa, ma la feci tacere, come spesso avevo fatto in passato. Uno che fa il mio lavoro non deve avere scrupoli di coscienza, altrimenti non può proprio andare avanti.
Ritornai al mio videogame. Sparare ad energumeni cattivi mi fece rilassare e dimenticare quasi totalmente Gianpaolo Paletta.
Quasi.

Dadax Productions 2003