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Doll in Love
di
Davide Cassia
PRIMA PARTE (Come una visione)
1.
E' come una visione; lei è là, nella vetrina di quel negozio strano, e
Lorenzo, seduto nella sua Rover Mini in attesa che il semaforo scatti sul
verde, è stato folgorato da quella apparizione. Prima l'aveva intravista
con la coda dell'occhio, poi attratto da quel miraggio, si è sporto dal
finestrino per ammirarla. E' così bella, invitante, con quella pelle color
alabastro e quelle labbra carnose, rosse e irriverenti.
Vorrebbe scendere dall'auto ed entrare nel negozio, ma non ha il coraggio
necessario per farlo: si vergogna. La fortissima attrazione comunque resta
e sa che prima o poi dovrà entrare là dentro e incontrarla.
Il semaforo scatta sul verde, ma lui rimane imbambolato a guardarla. Le
automobili dietro di lui cominciano a suonare i clacson e lo riportano
bruscamente alla realtà. Lascia la frizione troppo presto e la Mini
inevitabilmente si spegne.
"Coglione!!" grida il tizio dietro di lui.
Lorenzo fa girare freneticamente la chiave dell'accensione e dopo un paio
di singulti secchi la Mini si mette in moto. Alcune auto lo hanno superato
di fianco e una signora anziana gli ha pure mostrato il medio.
Stavolta lascia la frizione in modo più cauto e riesce a ripartire. Nello
specchietto, oltre al conducente dell’auto che lo segue che lo guarda come
se volesse strangolarlo, vede scomparire il negozio dietro il semaforo
screpolato.
E' quasi tentato di svoltare all'incrocio per tornare indietro e ripassare
davanti alla vetrina per guardarla ancora, ma si sente stupido anche solo
a pensarlo. Tra i palazzi grigi che scorrono ai lati dei finestrini riesce
a scorgere il cielo grigio a sua volta, talmente simile agli edifici che
quasi fa fatica a distinguerli.
Torna a guardare la strada e le auto che sembrano litigare per mangiare un
pezzo di asfalto in più. Lui guida piano, ascoltando il brontolio malato
della sua Mini. Davanti agli occhi ha ancora l'immagine del negozio, le
forme sinuose della ragazza, la sua pelle e le sue labbra. Non può fare a
meno di pensarci, quella visione gli si è insinuata dentro come un male
incurabile, un'ossessione che non riesce a scacciare e che la sua anima
brama.
Arrivato davanti al palazzo dove abita, parcheggia l'auto al solito posto
e scende. Alcuni bambini stanno giocando a pallone sul marciapiede e
sicuramente gli centreranno la Mini un centinaio di volte. Vorrebbe dir
loro di stare attenti, ma sa già che lo prenderebbero a male parole, ormai
non c'è più rispetto, non c'è più l'educazione di quando era piccolo lui.
Una volta sua madre gli aveva tirato uno schiaffo in bocca per aver
mancato di rispetto alla nonna.
Quei ragazzi invece dicono già delle brutte parole, li ha sentiti dalla
finestra della cucina, e alcuni già fumano e bevono birra.
Quindi è meglio non dire niente. Lorenzo tira dritto a testa bassa, prende
le chiavi di casa e apre il portone. Una pallonata sfiora la sua auto e va
a colpire il fanale di quella dietro. Non produce danni, ma poco c'è
mancato. Lorenzo sospira ed entra nel edificio.
Controlla la posta, ma non c'è nulla, non c'è mai nulla, a parte le
bollette da pagare. La vecchia del primo piano è già sulla porta a
controllare chi è entrato.
"Buongiorno, signora Vadessi", la saluta.
Lei mastica la sua dentiera e fa finta di non averlo sentito. Lo guarda
dall'alto in basso e poi rientra in casa. Probabilmente pensa di lui quel
che lui pensa dei bambini là fuori.
Lorenzo fa le sue scale due alla volta, in modo regolare, finché non
arriva al secondo piano. Ci sono altri tre appartamenti oltre al suo. Due
sono vuoti ormai da parecchi mesi mentre uno di quelli di fronte alla sua
porta di casa è occupato dalla sorella della signora Vadessi: la signorina
Parnini, che ha tenuto il nome da ragazza perché non si è mai sposata. E'
uguale alla Vadessi, fatta eccezione per il fatto che lei invece è meno
sfacciata della sorella e osserva sempre gli intrusi dallo spioncino della
porta.
"Buongiorno, Signora Parnini", intona Lorenzo guardando la porta e fa un
mezzo inchino. Lui la chiama Signora invece di Signorina, per rispetto
alla sua anzianità.
Le due sorelle, pur abitando nello stesso palazzo, non si incontrano mai:
vuoi per il fatto che sono anziane e fanno fatica a spostarsi, ma
soprattutto perché non si sono mai sopportate e pare che ne dicano di
cotte e di crude una dell'altra.
Lorenzo infila la chiave nella toppa, fa due giri e apre la porta. L'odore
familiare della sua tana lo rassicura e gli strappa un leggero sorriso
sulle labbra screpolate. Entra e assicura la porta con due tornate di
serratura.
Va in bagno e apre l'acqua della vasca. Si spoglia lentamente e si guarda
nello specchio come fa ogni sera, e ogni sera gli pare di guardare
un'altra persona e non se stesso, con quella pelle grigia e flaccida e le
costole in evidenza. Sospira ed entra nella vasca. L'acqua è bollente, ma
sopportabile. Ci si sdraia e incomincia ad insaponarsi fischiettando un
vecchio motivo che cantava sua madre. Sdraiato completamente nudo nella
vasca non può fare a meno di pensare alla ragazza del negozio,
incorniciata dalla vetrina, con quel corpo dalle forme invitanti e
sinuose. Il suo pene gli manda impulsi elettrici e Lorenzo comincia a
masturbarsi con ferocia, finché il seme non galleggia sull'acqua ormai
tiepida. Lo guarda pigramente volteggiare per qualche minuto con ancora il
pene in mano, poi si alza e si risciacqua. L'atto di onanismo non ha
placato la voglia di lei, anzi la ha accentuata; la masturbazione non ha
fatto altro che smorzare per qualche ora il desiderio fisico ma non quello
spirituale.
Va in cucina, mette una pizza surgelata nel microonde e poi accende la
tele. Nulla di interessante, come al solito, solo quiz a premi per
cerebrolesi. Gira su uno dei canali non italiani e guarda un telefilm
degli anni settanta, uno di quelli che gli piaceva tanto.
Quando la pizza è pronta, la tira fuori dal microonde e la trangugia a
grandi pezzi senza nemmeno assaporarne il gusto. In effetti sa un po’ di
cartone, il suo cervello qualcosa gli trasmette attraverso le papille
gustative, ma Lorenzo è rapito dal telefilm ed ogni donna che vede nei
fotogrammi gli ricorda la ragazza del negozio.
Beve un po’ di birra, non molta, la diluisce con una lattina di gazzosa.
Sua madre gli aveva sempre proibito di berla, anche perché affermava che
gli gonfiava lo stomaco e basta, e, fondamentalmente, non aveva tutti i
torti.
Finita la pizza, butta il piatto nel lavello stracolmo di stoviglie e le
guarda con disgusto. Ormai è una settimana che non li lava, quindi è
giunto il momento di farlo, anche se non ne ha nessunissima voglia. Mette
il lavapiatti nel lavandino, quello verde che è anche suo amico a quanto
pare, ed apre l’acqua calda.
Fuori comincia a piovere, non passa giorno che non lo faccia e di solito
sempre a quell’ora. Sembra che Dio, o chi ne fa le veci, abbia deciso, con
una circolare divina, che quella debba essere l’ora della pioggia.
Il telefilm finisce e gli spot pubblicitari incominciano a martellare,
naturalmente sempre a volume maggiore; Lorenzo è costretto ad abbassare
l’audio con le mani insaponate.
Gira canale su una rete nazionale e trova il telegiornale, colmo di
notizie pessime, ma è la normalità, Lorenzo sarebbe allarmato se
parlassero solo di rose, api e mucche viola. Invece così è sempre lo
stesso e difatti spegne la tv.
Sciacqua le ultime pentole e poi si asciuga le mani sui pantaloni della
tuta. Vorrebbe bere un altro po’ di birra, ma un altro piccolo segreto che
ha scoperto sulla bevanda è che gli fa fare dei peti clamorosi.
Si trasferisce in sala, che è grande più o meno come la cucina, in altre
parole un buco, arredata con mobili degli anni cinquanta, tutti tarlati e
malmessi, eredità dei suoi anziani genitori. Si siede nella sua poltrona,
che è pure l’unica nella stanza, e accende l’altro televisore.
Una partita di calcio: odia il calcio. Un film di guerra degli anni ’30:
detesta i film di guerra. Uno di quei soliti varietà pallosissimi tutto
culi e tette e niente contenuti: non odia i culi e le tette, ma trova
disgustosa la strumentalizzazione che ne fa la tv.
Guarda nello scaffale sotto la tv, ricolmo di cassette non originali e
sceglie come al solito Pretty Woman, con Julia Roberts e Richard
comediavolosichiama. L’avrà visto forse duecento volte, ma ogni volta è
un’emozione, perché Julia è fantastica in quel film ed è anche la sua
attrice preferita. Inserisce la cassetta nel video e si accomoda sulla
poltrona.
Piange sempre guardando quel film e succede anche stavolta, si sente
stupido a piangere per una finzione, ma non riesce a farne a meno e poi,
grazie a dio, nessuno lo vede. La prima volta che aveva visto quel film
sua madre era ancora viva e aveva dovuto sforzarsi tantissimo per non far
scendere le lacrime, perché lei sicuramente avrebbe riso di lui e gli
avrebbe dato della donnicciola, figuriamoci poi suo padre. Non aveva mai
perdonato suo padre, ma crescendo aveva capito perché non l’aveva mai
difeso. Sua madre era quella che portava i pantaloni in famiglia e lui era
solo un mezzo uomo senza spina dorsale.
Quando il film finisce è ormai ora di andare a letto. La camera da letto è
il locale più ampio di quel piccolo appartamento. Lorenzo dorme sul letto
matrimoniale che era dei suoi un tempo, in quella stanza c’è sempre uno
strano odore, lo stesso odore che aveva sempre addosso sua madre. Lui ha
fatto di tutto per farlo sparire, ma non c’è stato verso, sembra che si
sia impregnato nei muri, nelle finestre, in ogni cosa.
Sua madre è morta lì, mentre lui dormiva nella stanza ora adibita a sala.
Morta di tumore ai polmoni, eppure non aveva mai fumato una sigaretta.
Nonostante tutto, anche lui dorme lì ora, ha imparato a convivere con
quell’odore, ormai quando è nella stanza quasi non lo sente più. Si
spoglia, indossa il pigiama e si infila a letto. Controlla che la sveglia
sia puntata alle sette e naturalmente è tutto a posto: in vent’anni non ha
mai sgarrato una volta.
Spegne la luce e fissa il soffitto. Nella penombra ovviamente vede lei,
appoggiata allo sgabello in quella vetrina. Nell’immagine del ricordo la
vede ancora nitida, perfetta, con quella pelle bianca color latte e il
viso bellissimo.
Sospira e si rigira su un fianco, poi a pancia in giù, infine si
rannicchia come suo solito e si addormenta come un bambino nel giro di
qualche minuto.
2.
La sveglia suona, Lorenzo emerge da un mondo popolato da strani sogni, con
tartarughe ninja e pachidermi volanti. Ha sempre fatto strani sogni, fin
da piccolo, anzi, da piccolo erano molti di più. In un primo momento pensa
di essere ancora nel lettuccio della sala, gli capita spesso, ma poi, data
l’ampiezza del materasso, si rende conto di essere sul letto matrimoniale.
Si alza, sente una piccola fitta alla schiena a livello lombare, si
massaggia un po’ il punto dove ha sentito il dolore e poi va in bagno.
Dopo la tappa mattutina sul water, si alza e va in cucina. Prepara il
caffè e lo beve in piedi davanti al frigorifero: nella mano destra la
tazzina e nell’altra una merendina bisunta.
Quando esce di casa, saluta con la mano lo spioncino della porta della
signora Panini: c’è una buona probabilità che sia lì. Sceso al
pianterreno, vede la sorella guardare verso di lui e sbuffare.
“Buongiorno, signora Vadessi.”
La vecchia grugnisce e ritorna in casa. Lorenzo sorride ed esce dal
portone. Da una rapida controllata all’auto che sembra essere
sopravvissuta alle pallonate dei bambini e poi apre la portiera. Il cielo
è sgombro, le nuvole prenotate della sera si sono ritirate secondo il
piano preciso del direttore lassù.
Sale in auto e avvia il motore. E’ un po’ deluso perché sa che non passerà
davanti al negozio, purtroppo è un senso unico e certo non lo può
percorrere contromano. La vedrà sicuramente di sera, di ritorno dal
lavoro.
Innesta la prima e si immerge nel già cospicuo traffico della mattina.
Guida distratto dal pensiero di una nuova giornata di lavoro, spera solo
che quel aguzzino di Mario non lo disturbi troppo oggi.
La Mini sussulta un paio di volte quando si ferma ad un semaforo, ma poi
riparte come sempre. Fa sempre un po’ i capricci alla mattina, ma poi non
si fa più sentire. Quell’auto è con lui ormai da più di dieci anni e mai
lo ha tradito, la considera ormai parte integrante del suo mondo e mai ha
pensato di cambiarla con una più nuova.
Arriva con lieve anticipo nel parcheggio davanti all’edificio della Mirnax,
l’azienda dove lavora da due anni come magazziniere. Svolge la stessa
mansione del posto dove lavorava prima, nella azienda in cui ha speso gli
anni migliori della sua vita suo padre, che l’aveva fatto assumere proprio
grazie al loro grado di parentela.
Quando quella azienda è fallita, Lorenzo è rimasto qualche mese senza
lavoro e si è sentito perso, soprattutto perché i suoi vecchi datori di
lavoro non avevano nemmeno i soldi per pagargli la liquidazione.
Poi ha avuto un colpo di fortuna, leggendo un'inserzione su un giornale
che la signora dell’alimentari vicino a casa sua aveva usato per
incartargli le uova.
Lui legge raramente il giornale, gli mette parecchia tristezza, di solito
lo sfoglia al bar per aspettare che il videogioco si liberi da qualche
ragazzino brufoloso.
Scende dalla Mini e la chiude. Nel parcheggio ci sono solo quattro
macchine, una è sicuramente quella di Mario: la Panda bianca con l’adesivo
della protezione civile, solo che lui non ha mai nemmeno aiutato un
vecchio ad attraversare la strada. L’ha messo per darsi importanza,
suppone Lorenzo, perché Mario non ama nessuno, tranne forse se stesso.
Entra dall’ingresso principale, fa un centinaio di metri e poi si
intrufola nel reparto ricevimento merci. Mario è seduto nell’ufficio e sta
controllando delle carte. Alza gli occhi dalla scrivania e lo fissa non
appena lo sente entrare, poi si alza mettendo a posto alcune pieghe del
grembiule ed esce dall’ufficio.
“Buongiorno capo”, dice Lorenzo. Mario pretende che i suoi subordinati lo
chiamino capo e gli diano del lei.
“Sbrigati, c’è della roba da spostare”, dice in tono irritato il capo.
“Prendi il muletto e vai in fondo al magazzino dove ci sono le stampanti.
Me le devi mettere nello scaffale di fronte, e sgomberare quell’altro,
perché stamattina arriva un carico di monitor e li voglio metter lì.”
Lorenzo annuisce e va a cambiarsi. Dopo un paio di minuti entra negli
spogliatoi Sandro, il suo collega che è anche uno dei pochi amici sinceri
che ha.
“Ciao, bell’uomo”, lo saluta Sandro. Lorenzo ridacchia: il suo collega ha
il potere di farlo ridere con ogni frase, solo con il tono della voce.
Molte volte Mario li ha ripresi perché Sandro fa delle battute e Lorenzo
si sganascia dalle risate. Mario non ride mai e li guarda sempre in modo
malevolo.
“Tutto bene?”, gli domanda poi Sandro.
“Sì, abbastanza, sarei più contento se non ci fosse quell’aguzzino, mi ha
già detto cosa fare non appena ho messo piede dentro.”
Sandro sorride. “Quello è talmente pieno di sé che qualche giorno
esploderà, vedrai, e sarà più merda che carne.”
Lorenzo ride, non perché la battuta sia nuova, ma sempre per il modo come
lui la dice.
“Andiamo, ti aiuto, sempre che il capo non decida di farmi fare
qualcos’altro.”
Escono insieme dallo spogliatoio, Lorenzo prende il muletto, mentre Sandro
cerca di non farsi vedere dal capo e va a cercarne un altro.
Mario lo osserva con sguardo severo un paio di volte, poi gli volta le
spalle. Lorenzo mostra il medio alla schiena del supercapo, poi mette in
moto il muletto e si avvia verso lo scaffale delle stampanti.
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