Morte di un Perdente
di
Davide Cassia


1.
Sei morto, Mark. Sotto i riflettori crudeli di quel parcheggio. Quella luce arancione rendeva tutto così irreale, e la pioggia che scendeva impietosa, bagnandoti la pelle giallognola.
Sei morto. Dicono che ti sei suicidato, che la vita ti era diventata troppo pesante. Non ci credo, Mark. Eri troppo sensibile, eri troppo attaccato a me, fratello.
Ti hanno ammazzato, ne sono sicuro e scoprirò chi è stato.

2.
Martedì mattina. Esco di casa e piove ancora. Ho dimenticato il cappello e la pioggia mi bagna i capelli. E' fredda, gelida come il ghiaccio che mi sta stratificando il cuore, sto venendo da te, Mark, al tuo funerale. Cammino lungo il viale che tante volte abbiamo percorso insieme e mi ricordo che dicevi che se un giorno fossi morto volevi essere sepolto vicino ad uno di quei cipressi. Invece ti stanno calando in una voragine nera senza ritorno.
In chiesa siamo una decina. Nostra madre non c'è, forse non sa nemmeno che sei morto. Il prete parla di te come se ti conoscesse, in realtà solo io so chi sei. Tutti dicevano che eri un rifiuto della società, ma eri mio fratello. Prendo in spalla la tua bara: non pesa nulla; negli ultimi tempi eri diventato il fantasma che ora sei.
Al cimitero siamo ancora meno. Non conosco nessuno dei presenti. Non m'importa. Il prete esprime tutta la sua compassione per te; sembra irritato: un chierichetto gli tiene un ombrello sopra la testa, ma la pioggia è talmente fitta che si bagna comunque.
Poi ti calano nella terra; la pioggia scivola sul legno come per lavare via le tue colpe. Poi la terra: una vangata, poi un'altra, e tu scompari col tuo triste involucro di legno che sarà tuo compagno per l'eternità.

3.
Non ho molta voglia di lavorare stasera. Mi siedo al piano e incomincio a strimpellare. Mario mi guarda male, sa che sei morto, ma non gli interessa. Gli interessano gli incassi del bar e poi non gli sei molto simpatico, soprattutto da quando hai spaccato quella bottiglia di whisky in testa a Marta.
Nemmeno lei è venuta al tuo funerale. Eppure ti ama talmente tanto.
Canto una vecchia canzone, la voce esce come al solito e le dita scorrono veloci sui tasti.
Mario sorride: è soddisfatto.
Suono e canto, finché non so più da quanto tempo lo sto facendo. Alzo gli occhi sull'orologio: è passata solo un'ora. Faccio una pausa. Mario sembra approvare. Il pubblico mi applaude: ci sono una decina di coppie.
Mi siedo al bar; non ho voglia di bere il tuo whisky, Mark, quello che ti ha ucciso coi farmaci. Ma tu non sei stupido, sapevi che quel cocktail era letale. Non t'immagino a ingurgitare sonniferi a suon di scotch e per di più sulla tua macchina vicino alla spazzatura di quel supermarket.
Ordinò una minerale, credo che per un po' farò a meno dei superalcolici, almeno per un giorno o due.
Ritorno al piano, faccio un paio di virtuosismi, ma Mario mi tira un'occhiataccia. Cominciò a cantare, dopo un po' alcune coppie se ne vanno e poi dopo qualche ora il locale è vuoto. Canto l'ultima canzone per me e per te, poi mi alzo e torno al bar. La voglia di bere è tanta, ma mi ricordo le tue dita grigie strette al collo della bottiglia e il tuo corpo steso tra l'immondizia
Mario mi dà la mia parte dell'incasso; ha sempre il broncio quando mi deve pagare. Preferirebbe suonassi gratis, per puro spirito artistico, ma io non sono un artista.
Torno a casa a piedi. Piove ancora e l'acqua mi va fin quasi alle ossa.
Guardo la tua stanza da letto, in disordine e con odore di chiuso, il letto disfatto e i tuoi vestiti sparsi sul pavimento. Solo adesso provo un po' di nostalgia di te, del tuo sorriso e della tua ira da postsbornia.
Mi spoglio, faccio un bagno e mi accendo una sigaretta seduto nella vasca. E' la prima dopo parecchie ore. Assaporo tutta la sicurezza che mi trasmette. Sto a mollo quasi mezz'ora e quando esco dalla vasca assomiglio ad un roseo pesce panciuto.
Quando mi metto a letto, cercò di dormire, ma non ci riesco. Tento di leggere quel libro che sto sfogliando da quasi due anni, ma è tutto inutile. Mi alzo, prendo un sonnifero, lo stesso che t'ha ucciso, e lo butto giù con un po' di whisky, lo stesso che t'ha ucciso. Appoggio la testa sul cuscino e m'addormento come un bambino.

4.
Mi sveglio in un bagno di sudore. Devo averti sognato, Mark, ma non ricordo quel che mi hai detto. Non ricordo mai i sogni.
Accendo la tele e guardò un po' quella scatola vuota. Fumo due sigarette una dietro all'altra. E' mattino presto, tu di solito a quest'ora rientravi reggendoti a malapena sulle gambe. Ti buttavi sul letto disfatto e dormivi fino a sera. Mi sembra quasi di sentirti, ma è un gioco crudele della mia mente.
Fisso per un po' le immagini inutili che danzano nella fluorescenza della stanza e poi mi alzo.
Fuori l'aria è fresca, è spuntato un timido sole, ma nell'aria c'è ancora l'odore della pioggia. Chiamo un taxi e se ne fermano due. Prendo il primo e chiedo all'autista di portarmi alla centrale di polizia.
C'arriviamo dopo venti minuti. Chiedo di parlare con il tenente Palmieri, ma il ragazzo al banco mi dice che il tenente non è in centrale. Mi siedo ad aspettare, fumo una sigaretta, finché non lo vedo entrare.
"Il tenente Palmieri ?"
"Esatto. Lei chi è ?"
"Sono il fratello di Marco Bellini."
Palmieri sembra un attimo assente, poi ricorda l'ubriacone steso tra i rifiuti. "Sì. Cosa vuole ?"
"Vorrei chiederle una cosa."
"Dica, ma faccia presto che ho fretta !"
I poliziotti hanno sempre fretta.
"Vorrei vedere il referto dell'autopsia di mio fratello."
Palmieri fa una smorfia di disappunto. "E perché mai ? Suo fratello è morto per un letale cocktail di barbiturici e whisky. Non c'è niente da accertare, e poi sono documenti interni, ci vuole un permesso."
"Permesso di chi ?"
"Della polizia, prima di tutto, e poi del medico che ha eseguito l'autopsia."
"Voglio dargli solo un'occhiata."
Palmieri digrigna i denti come un bulldog. "Lei è un medico ?"
"No."
"Bene, gliela farò vedere, ma dopo dovrà sparire dalla mia vita."
"Promesso."
Lo seguo tra centinaia di uniformi e scaffali fino alla sua scrivania, disordinata come la sua vita. Apre un cassetto e tira fuori una copia del referto.
"Ecco, e se ci capisce qualcosa è fortunato."
Se la ride come se avesse detto la frase più divertente del mondo.
In effetti il referto è indecifrabile, pieno di paroloni scientifici che non capisco. Riesco solo a comprendere che Mark aveva un alto tasso alcolico nel sangue e nello stomaco alcuni residui dei barbiturici ingeriti. Nient'altro. Nessun segno di violenza o ferite superficiali. Leggo la firma del patologo e poi la restituisco al poliziotto che mi sta fissando come per schernirmi. Vorrei domandargli perché secondo lui mio fratello s'è portato dietro la scatola di sonniferi in auto, quando poteva benissimo ingurgitarli a casa. Ma gli occhi da segugio che mi spiano non mi piacciono per niente.
"Tuo fratello era un ubriacone e da ubriacone è morto. Punto e basta. S'è ammazzato perché non si sopportava più, non sopportava più la sua vita da relitto."
Vorrei ribattere qualcosa, vorrei spaccare la faccia a questo sbirro arrogante e saccente. Ma sto zitto e fermo, non voglio cacciarmi nei guai, non potrei scoprire se sei morto veramente come dicono, Mark.
Volto le spalle al poliziotto e me ne torno in strada, tra la gente comune.

5.
Marta è venuta a trovarmi. Guardo i suoi occhi neri e vedo i tuoi. E' ancora sconvolta, non sa capacitarsi della tua morte. Le preparo un caffè, forte e amaro, e lei lo beve a piccoli sorsi.
"Non capisco perché l'ha fatto", mormora.
Io sto zitto, non voglio parlarle dei miei sospetti. Bevo gazzosa, non voglio che lei mi veda trangugiare whisky come facevi tu.
"Aveva problemi con l'alcol, questo lo so, ma so che mi amava. Perché l'ha fatto?"
"Non lo so."
Marta mi guarda con i suoi occhioni da cerbiatta. Ha i capelli in disordine, un po' di occhiaie e il musetto triste. Quanti uomini troverai, Marta - penso - dimenticherai Mark e sarai felice. Comincia a piangere in silenzio. Guardo le lacrime scendere su quel bel visino. E' l'unica persona che ha pianto per te. Mi ricordo di una fiaba che la mamma ci lesse quando eravamo piccoli, quelle in cui tutte le lacrime versate per un defunto l'avrebbero aiutato a salire in paradiso.
Tu hai solo queste, Mark, ma sgorgano dal cuore e credo valgano molto di più.
Mi avvicino e la stringo forte. Sento i suoi singulti sul petto e le lacrime mi bagnano la camicia. Accarezzo i suoi lunghi capelli neri, lisci come seta e sento di voler bene a questa donna, perché ne ha voluto a te, fratello. Le passo un fazzoletto pulito, lei tenta di sorridere, ma non le riesce molto bene.
"Non ce l'ho fatta a venire al funerale."
"Non ti devi giustificare."
Penso a nostra madre, sdraiata probabilmente su una spiaggia tropicale a sorseggiare cocktail di frutta con una lunga cannuccia, mentre il nostro patrigno fa a pezzi un'altra compagnia. Probabilmente non lo sanno, e, se lo hanno saputo, non importa alcunché a nessuno dei due.
"Non so neanche se riuscirò a vedere la sua tomba."
"Che importanza ha, adesso ?"
Marta alza gli occhi arrossati : esprimono incertezza.

6.
Mi dirigo a piedi verso il centro della città. Piove ancora, una pioggerella fine e leggera. Le auto mi passano di fianco e sento il loro fiato invadermi i polmoni come qualcosa di infetto. Per compensare mi accendo una sigaretta. Sento freddo ma non mi copro. Mi fa bene, mi fa ricordare che sono vivo, che ancora posso provare qualcosa che non sia malinconia.
Gli uffici di Medicina legale sono dall'altra parte della strada e nella via scorre un fiume interminabile di auto. Mi avventuro lo stesso tra quella selva di lamiere. Un'auto frena a pochi centimetri dal mio piede sinistro e il conducente mi apostrofa con qualcosa di colorito su mia madre. Non sa nemmeno lui quanto ha ragione.
Arrivo all'edificio. E' alto, bianco, come ci si deve aspettare da un ospedale. All'entrata c'è una specie di guardia giurata che mi squadra dal basso verso l'alto con occhio critico.
"Cosa desidera ?"
"Vorrei vedere il dottor Milani."
"Per quale motivo ?"
"Devo parlargli."
"Lei è un poliziotto, un dottore ?"
Non riuscirei mai a mentire, perché non ho l'aspetto né del poliziotto né del medico.
"Nessuno dei due."
"Allora mi dispiace", dice e fa un segno con la mano come per benedirmi.
Di cosa ti devi dispiacere, mi chiedo. Gioco l'ultima carta a mia disposizione.
"Sono suo cugino, per favore, può dirgli appena finisce di lavorare se può chiamarmi."
Il custode mi guarda dubbioso, non gli risulta di nessun cugino, comunque annuisce e mi fa segno di nuovo di sloggiare.
Torno in strada, passo di nuovo dall'altra parte. C'è un bar lì vicino, con una vetrata enorme da cui si può guardare tutta quanta la costruzione di fronte. Ordino un caffè e mi siedo ad uno dei tavolini dimessi del locale.
Passano due ore, finché viene sera. Fra tre ore devo andare a lavorare, spero che il Dott. Milani esca prima da quel maledetto edificio. Per fortuna l'atrio è illuminato, il custode non si è mai mosso dalla sua postazione. Quando ormai sto pensando di andarmene, vedo arrivare un uomo calvo, di media statura che tenta di indossare un cappotto grigio di lapin. Il custode esce dalla sua postazione e aiuta l'uomo a indossare l'indumento. Poi gli dice qualcosa e l'uomo del cappotto fa una faccia perplessa.
E' il mio uomo. Pagò i tre caffè che ho sorbito e ritorno nel traffico cittadino. Stavolta è un bus a farmi il contropelo, ma, grazie a Dio, riesco a evitarlo in tempo. Mia madre riceve altri complimenti, devono conoscerla tutti bene qui.
Il dottore sta scambiando ancora qualche parola con il custode, poi s'infagotta bene nel cappotto ed esce dall'edificio. Gli sono subito di fianco.
"Il Dottor Milani ?"
Mi guarda, è perplesso. Mi sono sbagliato, non è calvo, ma lo sarà fra pochi anni.
"Sono io. Lei chi è ?"
"Sono il fratello di una persona che lei ha tagliuzzato."
Il gergo che ho usato evidentemente non gli va a genio perché si mette sulla difensiva.
"Ho molta fretta, signor fratello di una persona, perciò, se mi vuole scusare."
S'avvia verso la strada e chiama un taxi.
"La scuso, ma volevo solo chiederle un paio di cose."
Mi fissa con occhio critico.
"Sul fratello tagliuzzato?"
Ritorna a rivolgere l'attenzione al traffico cittadino, mi ha già classificato. Probabilmente come rompiballe di prima categoria.
"Si ricorda di quel uomo suicidatosi ultimamente con una letale dose di barbiturici e alcol."
Ritorna a guardarmi. Nessun taxi s'è ancora fermato.
"Nome?"
"Marco Bellini."
"Sì, ricordo. Aveva più alcol in corpo che sangue."
Finalmente una vettura gialla si ferma sul ciglio della strada.
"Ricorda se sul corpo c'erano segni di violenza?"
"No, non ce n'erano e ora addio, signor Bellini."
Sale sul taxi e da un ordine categorico all'autista che parte immediatamente.
Dopo questo insuccesso dovrei arrendermi. Ma la mia coscienza grida, Mark, il tuo corpo sepolto in quella grigia terra reclama giustizia.

 

Dadax Productions 2003