|
La Prigionia del
Cielo
di
Davide Cassia
Prologo
Il vento ululava promesse di burrasca e la pioggia cadeva come se le
cateratte del cielo avessero definitivamente deciso di non chiudersi più.
I pini e gli abeti si piegavano pericolosamente verso terra, come per
inchinarsi all'indiscusso potere degli elementi. Il diluvio era talmente
fitto che era quasi impossibile vedere ad un palmo di naso e nemmeno i
potenti lampioni della statale diciassette riuscivano a penetrare
attraverso quelle sbarre d'acciaio liquido. Tuoni e fulmini cominciarono a
rincorrersi sempre più dappresso e le saette, che illuminavano a giorno la
piccola cittadina, erano seguite da un cupo fragore che faceva tremare
persino le inferriate delle finestre.
Eppure, in mezzo a tutto quel finimondo, un'auto di piccola cilindrata
arrancava lentamente lungo la statale. A bordo un giovane dall'aria stanca
guidava cautamente, lo sguardo fisso sui piccoli torrenti che
serpeggiavano sulla strada che pareva un lungo e tenebroso fiume. Il
tergicristallo danzava rumorosamente sul parabrezza spazzando secchiate
d'acqua.
La Ford svoltò in una strada secondaria, i piccoli fari rotondi ferirono
la tenebra con lame di luce e illuminarono a malapena i contorni nebbiosi
della via. Poi l'auto svoltò ancora a sinistra, immettendosi in una strada
sterrata che sotto l'azione della pioggia s'era trasformata in un sentiero
paludoso e informe. L'auto proseguì con decisione, sbandando solo
impercettibilmente tra le pozzanghere melmose della via e superò un grosso
arco in legno. Da sopra l'arco pendeva un cartello in ferro mezzo
rosicchiato dalla ruggine su cui c’era scritto : Tenuta Mariani.
L'auto raggiunse una maestosa villa coloniale a due piani circondata da
frondose querce. I grossi alberi stormivano rumorosamente parlando col
vento; dalla tettoia della villa cadevano cascate d'acqua nera che si
fondevano con la terra ormai satura.
Il giovane scese dall'auto e corse verso l'edificio ciabattando nelle
pozzanghere scure che incontrava lungo il cammino. Si fermò sotto la
tettoia: il volto tirato, lo sguardo nel vuoto. Nel tetro cielo balenò un
fulmine che illuminò per un istante il sontuoso giardino dei Mariani.
- Un'istantanea del Signore - pensò il ragazzo e pigiò il campanello che
non emise alcun suono.
Nel mondo un tuono rantolò il suo dolore. Bussò per tre volte. Passarono
alcuni istanti e il ragazzo si cinse le spalle rabbrividendo dal freddo:
nonostante fosse solo settembre, il vento di tramontata era tagliente come
una lama. Finalmente qualcuno aprì: una giovane donna apparve sull'uscio
di casa.
"Ah, sei qui! Bene!" disse.
Lui non parlò ed entrò. Dentro la temperatura era decisamente più mite e
il ragazzo porse alla donna la sua giacca zuppa di pioggia.
"Gli altri sono già qui," gli disse.
Lui già lo sapeva: le loro auto erano parcheggiate nel vialetto
d'ingresso. Tutta la villa era illuminata con candele, il che rendeva
suggestivo e più eccitante quello che stavano per compiere. Conosceva bene
la tenuta, c'era stato altre volte, così non gli fu difficile trovare la
sala da tè. Gli altri erano già lì, seduti al tavolino, nel buio più
completo, tranne per una piccola candela nel centro del tavolo. La luce
debole illuminava i volti dell'uomo e dell'anziana donna seduti, dando
alle loro fattezze contorni sinistri. Lo salutarono con un lieve cenno del
capo. Il ragazzo sedette alla sinistra della vecchia e di fronte all'uomo.
Furono raggiunti dalla giovane donna poco dopo. La piccola fiammella danzò
davanti ai loro occhi, mossa dagli spifferi segreti della casa e
proiettando le loro enormi ombre sulle incolpevoli pareti. Fuori il vento
gridava il suo terrore mentre il fulmine e il tuono continuavano il loro
insoluto duello.
Allacciarono le mani e tra loro cadde il più assoluto silenzio. Dalle
labbra socchiuse dei quattro scaturì un'incomprensibile litania in latino,
una invocazione musicale, quasi come una filastrocca medievale.
Continuarono così per quasi mezz'ora, sempre ad occhi chiusi, con la testa
china, allacciati per le mani e recitando quell'assurda tiritera.
Poi qualcosa accadde! Il fulmine saettò per ben due volte, ma non vi fu
alcun rombo. Il tavolino cominciò a traballare, prima assai lentamente,
con piccoli movimenti ritmici come mosso da una scossa tellurica, poi
cominciò a sbattere violentemente sul pavimento. La candela cadde di lato
e rotolò sul bordo destro del piccolo tavolo, ma rimase miracolosamente in
equilibrio. Poi il tavolino cominciò a roteare vorticosamente su se stesso
e s'alzò in aria a circa mezzo metro da loro. I quattro rimasero seduti:
le mani sempre allacciate, in bocca sempre la rituale litania, come se
nulla fosse accaduto.
Un tuono fragoroso scosse l'atmosfera e la grossa finestra dietro di loro
si spalancò di colpo facendo volare in alto le pesanti tende come vele
spiegate dalla tempesta. Il tavolino smise di roteare e ricadde
nell'esatto punto in cui era in precedenza. La candela, che era rimasta
illesa fino a quel momento, cadde sul pavimento, illuminando per una
frazione di secondo un piccolo scorcio di mondo sotterraneo e si spense.
I quattro ora erano in piedi, avevano alzato le mani congiunte al cielo e
stavano gridando la litania con il viso rivolto verso un punto preciso del
soffitto. Un lampo illuminò la stanza e tutt'e quattro contemporaneamente
aprirono gli occhi nel bagliore elettrico della folgore.
In alto, sopra di loro, vicino al lampadario di cristallo, levitava una
donna vestita di bianco, le vesti le danzavano attorno come serpi
ammaestrate. L'apparizione li guardò uno ad uno con occhi di fuoco e poi
rise. Una risata spettrale che sembrava giungere da un sepolcro
scoperchiato.
1
Ed Carini, il capo della polizia di San Patrizio, posò le sue stanche
membra su una sedia girevole che stava dietro la scrivania del suo
ufficio. Fuori il tuono fece sentire la sua rauca voce e le luci
traballarono per qualche secondo, per poi ritornare a ronzare sopra il
soffitto.
"Merda di un temporale!" mormorò Ed e allungò le gambe sulla scrivania,
posò la grossa mano sul secondo cassetto dello scrittoio e lo spalancò.
Dentro il cassetto c'era di tutto: carte di caramelle, un bicchiere di
plastica sporco di caffè, una gomma da masticare, una matita gialla
mangiucchiata e senza punta, una forbice arrugginita con i manici color
cachi, e molte altre cianfrusaglie assortite. Carini scostò il bicchiere
di plastica e trovò un cioccolatino: aveva la carta azzurra e si vantava
di essere cioccolato al latte di qualità superiore. Agguantò il piccolo
lingotto celeste e lo scartò distrattamente, poi accartocciò la stagnola a
mo' di pallina e la lanciò verso il cestino di plastica verde. La piccola
pallina rimbalzò sul bordo e cadde fuori, atterrando sul pavimento vicino
ai suoi cugini di carta appallottolata.
S'infilò il cioccolatino in bocca, succhiandolo avidamente. Guardò
l'orologio che aveva al polso, un vecchio Longines con i numeri romani, e
vide che erano le undici e mezza. Era ora di staccare; ancora mezz'ora e
il paladino della legge Ed Carini si sarebbe infilato sotto calde coperte
insieme alla sua calda moglie.
Qualcuno bussò alla porta.
"Avanti,” bofonchiò il capo: sulla soglia apparve la figura alta e smilza
di un agente in uniforme. Era Mario, l'agente di turno quella notte.
"Ciao Ed," farfugliò da quelle sue labbra cadenti.
"Ciao Mario, come va?"
"Oh, la solita vita."
Carini tolse i piedi dalla scrivania e chiuse il cassetto. “La solita
merda, insomma?”
Mario ragliò beatamente, mostrando gengive viola e denti ingialliti dal
fumo. Mario Borio aveva quarantacinque anni, ma, a vederlo bene alla luce
del sole, ne dimostrava sessanta: la faccia era già tutta piena di rughe e
buche che sembrava un campo da golf; i capelli erano di un grigio topo che
di giorno in giorno diventava sempre più chiaro, ma quello che più
ingannava era lo sguardo spento dei suoi grigi occhi infossati.
Carini sorrise mentre Mario ancora si sganasciava bellamente appoggiato
allo stipite della porta. Poi il ghigno si trasformò in qualcosa di rauco
e Mario tossì violentemente un paio di volte.
"Cristo, un giorno o l'altro tirerai su catrame se ti ostini a fumare tre
pacchetti al giorno, Mario!" protestò Ed.
Mario lo guardò con quel suo sguardo vuoto e si pulì la bocca con un
fazzoletto giallastro che assomigliava vagamente allo straccio che usavano
in centrale per pulire i cessi. Si soffiò il naso e non disse niente.
"Oggi turno di notte, eh?"
"Già, se vado fuori con questo tempo mi bagnò anche le mutande,” commentò
l'anziano agente.
Carini sorrise; Mario Borio poteva anche risultare simpatico se non
parlava male di sua moglie o aveva appena succhiato il collo di una
bottiglia di Jack Daniel.
Il capo s'alzò dalla sedia girevole e prese la giacca dell'uniforme
"Mario, ti dispiace se me ne vado prima?"
Mario non rispose, ma inspirò rumorosamente col naso: faceva sempre così
quando doveva formulare più di tre parole una dietro all'altra. "Sei tu il
capo,” disse, massaggiandosi le narici.
Carini s'aspettava di vederglielo cadere in mano come se fosse stato di
pongo. "Già, e vedi di non scordartelo. D'ora in poi chiamami Signor
Capitano Carini." Si calò il cappello sulla testa imitando John Wayne.
Mario ragliò di nuovo con il suo ghigno ammaccato e scomparve verso i
cessi.
Ed passò vicino al bancone centrale dov'era seduto un altro agente:
Lorenzo Abbo, un giovane di San Patrizio che non brillava certo per
arguzia e intelligenza. Era appisolato su una sedia dietro il bancone,
aveva la testa appoggiata sul pettoe il cappello gli copriva il faccione
brufoloso. Stava russando rumorosamente.
"Sveglia, Lorenzo!" tuonò Carini e batté le mani sul bancone, producendo
un rimbombo altisonante da grancassa. Il giovane agente sobbalzò sulla
sedia, farfugliò qualcosa di indecifrabile e poi scattò di colpo in piedi.
"Eh, che c'è? Un incendio? Un morto? Un maremoto?"Il cappello gli volò via
e cadde sul pavimento.
Carini rise, gustandosi la scena di quel cretino che saltava. "No, c'è
solo uno stronzo che dorme sul lavoro."
Lorenzo si calmò, guardò Ed e si chinò a raccogliere il cappello. "Scusami
capo, mi era un attimo appisolato.”
"Già, me n'ero accorto!"
L'agente si rialzò sbattendo il cappello per pulirlo dalla polvere del
pavimento.
"Vieni a casa con me, tanto tra un po' dovrebbe arrivare . . . ."
La porta di ingresso si spalancò, lasciando entrare folate di vento
freddo, sulla soglia apparve un uomo in uniforme. Il vestito aveva macchie
più scure qua e là. Era Franco Bonini, uno degli uomini più in gamba che
San Patrizio avesse mai conosciuto.
"Salve, gente!" esordì chiudendosi la porta alle spalle e cancellando in
un sol gesto l'impeto delle intemperie.
"Ehi, Frank, anche tu in anticipo questa sera?"
Franco avrebbe dovuto essere il capo della polizia di San Patrizio, ma
qualche anno prima (una decina, per l'esattezza) aveva combinato un guaio
a Cortona, un paesino poco fuori Marina. Lui era lì al bancone del Lupo
rosso, un locale per camionisti alcolizzati lungo la statale 17. Era lì a
scolarsi un paio di birre con Giovanni De Falco (che era morto in un
incidente pauroso due mesi dopo), quando era scoppiata una rissa tra
camionisti per una precedenza di parcheggio (in realtà sembra fosse
scoppiata per una banale discussione su chi fosse più forte tra le due
squadre di calcio locali). Franco, da buon poliziotto qual era, aveva
cercato di placare gli animi e si era beccato una pugnalata al braccio. A
quel punto non c'aveva visto più, vuoi perché era veramente alterato o
perché era pieno di birra fino alle orecchie, aveva preso il tipo col
coltello e l'aveva massacrato a suon di diretti. L'aveva mandato
all'ospedale in coma. Tre giorni dopo il tipo, un certo Beniamino Malli,
un camionista, era morto. Franco era stato messo agli arresti. processato
e, logicamente, assolto. Però certe cose in polizia non vengono viste di
buon occhio e, siccome era in servizio e per di più ubriaco, s'era giocato
la promozione e buona parte delle promozioni a venire, nonostante fosse
uno dei più validi poliziotti che Ed Carini avesse mai conosciuto. Il
mondo era bastardo a volte.
"Ti dispiace se io e Lorenzo ce la squagliamo prima?" gli domandò il
capitano.
Frank sorrise. "Oh, certo Ed, tanto sono già qui, giusto?"
Somigliava vagamente a Clint Eastwood, soltanto che portava i baffi e
aveva una cicatrice sulla tempia destra perché da bambino aveva incornato
un palo mentre correva sui pattini. Aveva larghe spalle da giocatore di
football e ci mancava poco che raggiungesse i due metri. Carini al suo
fianco a volte si sentiva sminuito, eppure lui era quasi un metro e
ottanta.
"Giusto!" fece eco Lorenzo, ma quando Franco lo guardò si zittì
immediatamente, nascondendo gli occhi dietro il cappello che si era appena
rimesso in testa. Franco era un gigante di uomo ma si divertiva come un
liceale a mettere in soggezione il ragazzo. Quella sera, però, aveva
l'aria stanca e non gli disse niente.
"Fuori Dio sta facendo a cazzotti col mondo intero,” osservò e si tolse il
capello e la giacca fradici di pioggia. Anche la camicia aveva macchie
scure qua e là.
"Gesù, sono stato trenta secondi sotto il diluvio, il tempo di
attraversare il parcheggio, e guardate qua! Sembra che sia stato in
ammollo!"
Lorenzo rise, una risata stridula e nervosa. Franco lo squadrò. Lorenzo
smise di ridere. Poi Franco s'accomodò dietro il bancone e Lorenzo gli
fece posto senza discutere e senza guardarlo mai negli occhi. Aveva una
paura santa di quell'uomo da quando l'aveva visto sollevare da solo un
tronco di quasi due quintali: aveva immaginato di essere sollevato da quei
badili che aveva al posto delle mani e scagliato a duecento metri di
distanza.
Lorenzo sgattaiolò fuori dal bancone e si diresse verso la porta.
"Andiamo, Ed?" pigolò e si fermò a un metro dall'ingresso, osservando con
occhi speranzosi il suo capitano e gesticolando nervosamente.
"Ci vediamo, Franco,” salutò Ed Carini.
Quello lì salutò con un gesto distratto della mano mentre sfogliava il
resoconto giornaliero. Quel giorno non era accaduto niente di
interessante, come del resto quasi tutti gli altri giorni della settimana.
Le uniche cose che potevano capitare a San Patrizio erano incidenti sulla
statale (quasi mai mortali), o le solite banali scazzottate al bar di
Beppe Grossi. Quel giorno Carini e l'agente Parcek erano usciti in
pattuglia e avevano aiutato il gattino della signora Brini a scendere da
una quercia troppo alta per l'esile felino. Era il fatto più grave della
giornata, anzi, era l'unico. In un paesino come San Patrizio, che contava
sì e no duemila anime, non era facile trovare tra le cronache cittadine
dei fatti da ricordare negli anni. Il motivo per cui ci fosse una centrale
distaccata della polizia di Marina era dovuta al fatto che la periferia
dell'enorme città pullulava di paesini che non superavano i mille abitanti
e San Patrizio era, per così dire, un punto strategico da cui si poteva
controllare quasi tutta la periferia est, grazie anche alla statale 17.
Carini e Lorenzo uscirono sotto la pioggia ed era proprio pioggia, quella
che credi ti s'infiltri anche nell'anima tant'è fitta e battente. Quando
giunsero all'auto, erano già bagnati da capo a piedi.
"Tempo di merda!" protestò Lorenzo, rifugiandosi nel sedile del
passeggero.
Carini salì al posto di guida e azionò l'avviamento. L'auto tossì un paio
di volte e poi si mise in moto.
|